Un'esperienza d'integrazione (1987)

di Francesco Capodanno. Pubblicato in 'La Continuità educativa', Ministero Pubblica Istruzione - Provveditorato Sicilia, Collana Studi Richerche Aggiornamenti

Mi è stato chiesto di fare un intervento in questo luogo di incontro e di confronto. Mi è stato chiesto dal mio Superiore diretto, ed era quindi giusto rispondere positivamente.

Sento di doverlo dire perché, dicendolo, esprimo gratitudine per la stima accordatami, ma esprimo anche il disagio che la coscienza della mia inadeguatezza mi offre come costo della mia obbedienza.

Chi mi ha chiesto di intervenire sa – ed anche i Colleghi qui presenti lo sanno – che io non sono uno studioso, non sono un teorico, non sono uno specialista: sono soltanto uno che vive sforzandosi di svolgere al meglio nella scuola e nella famiglia un ruolo (peraltro profondamente accettato e goduto) che spera possa riuscire utile alla gente che cresce: figli, allievi, o colleghi che siano.

Posso, quindi, soltanto raccontare. Al più, raccontare spiegando.

E comincerò spiegando, con un ragionamento preliminare che considero lo sfondo giustificativo di tutto il mio discorso, quello che vi racconterò. Questo ragionamento è basato sulla scelta di alcuni “significati” relativi a sei parole chiave: diritto, dovere, aiuto, promozione, integrazione, costruzione.

Oggi, solo in alcune locuzioni del linguaggio medico, “promuovere” è usato nel senso di “stimolare”, “eccitare” (Il primo significato di “promuovere” è: fare avanzare)

Riprenderò questi concetti alla fine del mio raccontare.

Non c’è dubbio che ogni impresa dell’uomo abbia una sua finalità. Più chiara è la finalità che si vuole conseguire, più adeguate diventano le scelte previste ed operate.

Nel caso nostro (l’integrazione da realizzare nella scuola, in presenza di alunni gravati da difficoltà derivanti da patologie) la finalità principale era quella di offrire – nell’ambito degli ordinamenti vigenti – a ragazzi preadolescenti, obbligati a frequentare il medesimo tipo di scuola, una modalità di esperienza sociale che permettesse a ciascuno di esprimere il meglio di sè, dando e ricevendo, in una situazione di accettata interrelazione esistenziale.

Ho detto “nell’ambito degli ordinamenti vigenti” perché ritengo che ciò sia importante; ma non ritengo necessario fare esplicitamente in questa sede un “inventario” di tali ordinamenti, perché tutti, qui, li abbiamo certamente presenti. Mi sembra opportuno, comunque, esplicitare quali strutture e quali risorse – tra quelle previste – siano state attivate nel concreto della nostra esperienza.

Era necessario un ambiente il più possibile omogeneo, paritario, sia nell’impostazione che nelle caratteristiche: si è scelto, quindi, di accogliere alunni portatori di handicap in tutte le classi: si è voluto così evitare, tra l’altro, di avere situazioni di diversità, anche organizzativa, foriere di frustrazioni…da paragone. Offrendo tutta la scuola per l’accoglienza degli alunni portatori di handicap si realizzava anche, nella sostanza, quanto ……

Conseguenze di questa scelta preliminare sono state:

  1. Tutte le classi sono state formate senza superare il limite massimo di 20 alunni, ivi compresi i portatori di handicaps nel numero massimo di due per classe 4 .

  2. Gli insegnanti specializzati per il sostegno degli alunni handicappati hanno potuto costituire un vero e proprio gruppo di lavoro, a composizione costante nel tempo, con la possibilità, quindi, di realizzare organici contatti, scambi e confronti, all’interno stesso della scuola 5.

  3. Proprio per l’effetto significativo della quantità dei casi trattati, sì è potuta insediare nella scuola una équipe pluridisciplinare, convenzionata con le Unità Sanitarie Locali 6., la quale opera quotidianamente all’interno della scuola, d’intesa ed in collaborazione organica con i Consigli di classe, sia nella fase iniziale della programmazione che in fase di realizzazione degli interventi plurimi individualizzati, ritenuti - caso per caso – necessari.

L’équipe è composta di:

  1. un neuropsichiatra infantile e un medico generico, presenti a scuola una volta la settimana, ma anche a richiesta, quando fosse necessario;

  2. uno psicologo, presente due volte la settimana: egli, insieme ai medici, cura la redazione di note diagnostiche che vengono illustrate a inizio d’anno ai Consigli di classe;

  3. un’assistente sociale, presente a scuola due volte la settimana e disponibile, quando è necessario, ad effettuare visite domiciliari;

  4. due terapisti, con presenza quotidiana: uno per la logopedia ed uno per la psicomotricità;

  5. due esperti per l’educazione motoria, con presenza quotidiana;

  6. un coordinatore delle attività di gruppo anch’esso con presenza quotidiana.

La nostra scuola, che nel 1965 - anno della sua istituzione - era la sola scuola media del rione “San Leone” (detto anche “Nuovo San Berillo”), è oggi una delle quattro scuole medie del quartiere, due delle quali sono sorte per successivi sdoppiamenti della medesima scuola nostra. Essendo stata assicurata, quindi, al quartiere una notevole completezza di servizi scolastici, potevamo pensare - e così abbiamo fatto - a specializzare il servizio da offrire alla nostra utenza. E lo abbiamo fatto in due modi:

  1. attuando il “tempo pieno” - ora “tempo prolungato” - in tutte le classi, visto che coloro che desideravano frequentare classi a tempo normale avrebbero potuto rivolgersi alle scuole viciniori;

  2. dando precedenza, nelle iscrizioni, agli alunni portatori di handicap s, dovunque residenti, fino al numero massimo di due per classe.

Gli alunni handicappati per il 70% circa sono avviati alla nostra scuola attraverso l’Ente O.D.A. di Catania, il quale - previo controllo diagnostico effettuato dalle strutture sanitarie pubbliche - li assume in carico per l’erogazione del cosiddetto servizio extramurale: un servizio che viene espletato all’interno della nostra sede scolastica, con l’intervento dell’équipe pluridisciplinare di cui s’è detto prima, in ambienti messi a disposizione dalla scuola ed attrezzati a cura del medesimo Ente. I ragazzi che fruiscono del “servizio extra-murale” vivono in famiglia e non in istituto, e vengono prelevati e riaccompagnati a domicilio da scuolabus, sempre a cura dell’Ente O.D.A..

Gli altri alunni handicappati vengono accolti - fino al raggiungimento del numero massimo - con criteri di precedenza basati sulla maggiore vicinanza alla sede scolastica. Se i loro genitori lo chiedono, possono anch’essi usufruire del “servizio extramurale”.

Da molti anni, oramai, la scuola si attiene, per libera scelta dei suoi operatori, ai seguenti criteri generali:

Si cerca di assicurare a tutti gli alunni la continuità dei rapporti “di classe” per i tre anni del corso di scuola media, con la possibilità - ove ritenuto necessario - di prolungare l’esperienza scolastica con frequenza ripetuta dell’ultima classe. Ciò perché si è convinti che le ripetenze precoci - cioè a livello di prima o di seconda classe - non risolvono i problemi dello svantaggio, anzi li aggravano. Li aggravano per l’accentuarsi del divario di età tra i condiscepoli; per le conseguenze, psicologicamente frustranti, dell’espulsione da un contesto conosciuto e dell’immissione in un conte-sto diverso, nel quale il riadattamento può diventare difficoltoso; per il precario equilibrio emotivo proprio dell’età preadolescenziale,

Tali criteri vengono resi noti - fin dall’inizio del rapporto - sia agli alunni che ai loro genitori, affinché non sorgano fraintendimenti nè si alimentino distorte aspettative. ancora non “attrezzata” per sopportare e superare esperienze indubbiamente mortificanti. Per contro, l’esperienza ci induce a credere che il recupero in itinere sia meno improbabile di quanto si possa aprioristicamente supporre, e che un invito a prolungare l’esperienza della scuola media con la frequenza ripetuta della terza classe venga normalmente accolto senza dannose conseguenze emotive, sia perché meglio motivato da un “bilancio” non affrettato, sia perché recepito da individui i quali, non foss’ altro che per l’età, sono in grado di resistere meglio e di meglio adeguarsi.

Si dà molta importanza alle relazioni interpersonali tra i ragazzi e i docenti, nonché ai processi di socializzazione, specialmente per gli alunni portatori di handicaps, o comunque svantaggiati. Le attenzioni, da parte dei docenti, per giungere, il più presto possibile, al momento dell’integrazione effettiva, sono costanti, perseveranti, convinte; perché oramai si è potuto constatare che questo momento arriva, a seconda della gravità dei casi, dopo mesi o dopo anni: ma arriva! Abbiamo potuto8 conservare - attraverso la registrazione in videotape di varie attività scolastiche la dimostrazione visiva delle enormi differenze di comportamento scolastico di decine di ragazzi che sono passati dalla nostra scuola: Carlo, che quando venne da noi - su consiglio di un Collega di altra scuola, dove un primo anno di infelice esperienza scolastica si era concluso con la bocciatura - era sulla soglia della psicosi, è uscito dalla nostra scuola rappacificato con la vita e col mondo; Lucia, carente - per sfortunate vicende familiari - della primaria esperienza di un vero processo di identificazione, incapace - dal punto di vista della “strumentalità” scolastica - di mettere insieme senza stento i suoni di balbettate ed inintellegibili letture, ha lasciato la nostra scuola leggendo con commovente espressività (e il “video” ne è fedele testimone) una lunga poesia (Lettera alla madre) di Alba De Cespedes; Maurizio, che due anni fa costituiva un difficilissimo problema per l’ingovernabile comportamento (figlio adottato - nonostante il suo handicap - da una coppia generosissima, meravigliosamente forte anche dopo le avversità sopravvenute, tra le quali la cecità per la madre adottiva); Maurizio che oggi circola per la scuola quando ne è, come gli altri, autorizzato, e non più gridando e scappando come soleva fare spessissimo nei primi lunghissimi mesi della sua frequenza, e che ti guarda con lo sguardo sereno di chi si è accorto che c’è un modo bello di stare con gli altri; e Gianluca, per mesi incapace di produrre suoni significativi per comunicare con gli altri (ma a casa parla e canta), che diventa, superando impedimenti fortissimi, un discreto lettore di notizie davanti alle telecamere del “video giornale” della scuola: conserviamo gelosamente, per il suo grande valore documentario, la registrazione dei tre interminabili minuti di silenzio, durante i quali Gianluca, deciso a vincersi, fa i suoi primi tentativi di lettura, senza tuttavia riuscire: lo si vede, in un primo piano che può sembrare crudele, mentre suda, sbava, invoca quasi aiuto, guardando ogni tanto davanti a sè e riabbassando subito gli occhi sul foglio: e intanto la sua compagna, che ha già finito di leggere la sua “parte”, sta lì, accanto a lui, in attesa, tradendo - lo si nota da qualche movimento, appena percettibile, del suo viso - il compartecipe disagio di chi soffre una situazione nella quale si trova empaticamente coinvolto; Simona, vittima di un tormentato rapporto di coppia dei suoi genitori, con problemi comportamentali di notevole gravità, in gran parte “ricostruita” e riconsegnata a se stessa; l’altra Simona, che sta gradatamente riemergendo da un processo involutivo che l’aveva portata a riadottare comportamenti infantili, e infantili modulazioni di voce … E i ragazzi che sono venuti quest’anno, molti dei quali gravi, in particolare Elena, che va ancora piroettando per i corridoi con grida e squittii agghiaccianti: e nessuno si meraviglia, nessuno ride, nessuno si dispera …

In questa realtà, insieme stranamente dolorosa e gioiosa, preoccupata e spensierata, ma sempre viva, come la vita, i ragazzi sono i più ammirevoli protagonisti: per come accettano, per come a volte sopportano, per come altre volte reagiscono (ma poi si dispiacciono, e intanto si trasformano, e crescono), per come si prestano a collaborare e a condividere, per come vengon su forti, generosi, consapevoli che la vita è bella non solo per le cose belle. E si accorgono che hanno ragione i poeti, anche quelli che piangono; si accorgono che è bello leggere le pagine di chi è riuscito ad ésprimere in maniera suggestiva la profondità del suo animo; si accorgono che è bello cantare, muoversi, osservare la precisione dell’universo e la sapienza della natura, e misurare, e contare … ; perché è proprio dell’uomo sapere, sapere, sapere: per sentirsi poi meravigliosamente piccoli e per questo tutti invasi d’amore!

Tutto questo avviene nella quotidianità di un’esperienza che non vuole avere nulla di eccezionale, ma che rappresenta il fluire normale del vivere in pace.

E allora, riprendendo le sei parole con cui ho cominciato questo strano intervento, provo a ridirmele a mio modo.

Siamo convinti che i ragazzi handicappati abbiano il diritto di venire a scuola con gli altri (volutamente non dico come gli altri), perché venire a scuola con gli altri è una possibilità offerta e garantita ad essi - ad essi che sono “persone” - in forza di una valutazione morale di circostanze e di fatti nei quali e per i quali essi si trovano ad essere i più deboli e i più indifesi.

Siamo convinti che abbiamo l’obbligo morale di agire nella direzione giusta, che riteniamo sia quel-la di accoglierli anche nella scuola: siamo convinti, cioè, che questo è un nostro dovere.

Siamo convinti che, trovandosi essi in difficoltà, noi non possiamo negar loro il nostro aiuto, e che dobbiamo offrirglielo coi nostri propri mezzi, affinando cioè le nostre capacità professionali, ciascuno per le sue competenze, ma insieme: come conseguenza dell’apertura della nostra mente e della nostra sensibilità.

Siamo convinti di operare in una struttura che è fatta per promuovere, cioè per fare avanzare, sollecitando, stimolando, attivando tutti e ciascuno, nella misura in cui ciascuno chiede e nei modi in cui ciascuno può ricevere.

Siamo convinti che dobbiamo quindi procedere alla incorporazione di tutti coloro che devono vivere dentro la nostra società, con l’esclusione di qualsiasi forma di discriminazione: e questo è per noi integrazione.

Siamo convinti che per fare tutto questo dobbiamo realizzare un complesso funzionale di servizi ordinatamente disposti, uniti, collegati, facendo fino in fondo la nostra parte e sperando che anche gli altri facciano la propria (o almeno che si vergognino di saper soltanto parlare o scrivere, senza pagare di persona!). Noi siamo convinti che dobbiamo pensare a costruire.

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